sabato 18 ottobre 2014

Gn 1,24-31

Commento esegetico

24Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici, secondo la loro specie». E così avvenne. 25Dio fece gli animali selvatici, secondo la loro specie, il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie. Dio vide che era cosa buona.
26Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27E Dio creò l'uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò: 
maschio e femmina li creò. 
28Dio li benedisse e Dio disse loro:
«Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra e soggiogatela,
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».
29Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. 30A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. 31Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

Dio disse: La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici, secondo la loro specie
Dopo il pullulare di vita animale prodotto dalle acque sotto il cielo, è ora la volta della terra. Non si tratta in questo caso di un pullulare, bensì di un “far uscire”, con lo stesso verbo usato prima (Gn 1,12) per descrivere la produzione, sempre da parte della terra, della vegetazione. Come gli animali acquatici sono il prodotto dell'ambiente nel quale devono vivere e mostrano nelle loro forme le proprietà dell'acqua, così anche quelli terrestri sono fatti in modo da muoversi sulla terra. Riappaiono così e si perfezionano le zampe articolate in ginocchia e caviglie che avevano fatto la loro comparsa in alcuni animali marini e negli uccelli.
La parola bestiame – che in italiano fa forse troppo pensare agli animali domestici – può essere meglio tradotta con un generico quadrupedi. Il termine originale (behemah) è usato altrove per indicare bestie selvatiche anche violente. Al plurale, lo stesso nome (behemoth, a volte tradotto “ippopotamo”) appare nel capitolo 40 del libro di Giobbe – dove si parla anche del Leviatano, a volte reso con “coccodrillo”, per riferirsi a una creatura la cui forza l'uomo da solo non può domare. Detto per inciso, la coppia leviathan/behemoth ritorna nello stesso ordine alla fine della Bibbia, nel capitolo 13 dell'Apocalisse, come “bestia che esce dal mare”/“bestia che esce dalla terra”. Il termine ebraico tradotto con rettili (remes) si riferisce invece al senso etimologico della parola (dal verbo latino repo che significa strisciare) e comprende in generale tutti gli animali che si muovono senza staccarsi visibilmente dal suolo (come verbo, remes è usato anche per riferirsi ad animali marini forse a quelli che strisciano sul fondo).

E così avvenne. Dio fece gli animali selvatici, secondo la loro specie, il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie. Dio vide che era cosa buona
La nascita di nuove specie per differenziazione dalle specie progenitrici non è in contrasto con l’insegnamento della Bibbia, anzi tutt'altro. La Scrittura infatti ci dice che tutte le specie degli animali che vivono sulla terra (e che oggi non si possono nemmeno contare con precisione) si devono essere differenziate da un numero finito di coppie, dopo che il diluvio, non moltissime migliaia di anni fa, ha spazzato via tutti gli animali terricoli che non sono entrati nell'arca assieme a Noè e alla sua famiglia. In questo verso l'ordine delle classi di animali enumerate non sembra essere l'ordine cronologico della loro comparsa, ma, ancora una volta, piuttosto quello tipologico della loro differenziazione: vengono infatti indicati prima tutti gli animali della terra (l'aggettivo selvatici è una cortese aggiunta dei nostri traduttori, l'originale dice soltanto chayiat-ha-arez, “gli animali della terra”), per precisare poi che ci si riferisce sia a quelli che avanzano su zampe ben visibili, sia a quelli che invece strisciano più vicini al suolo.

Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine
La parola ebraica qui tradotta con “immagine” è tselem. La radice di questa parola, che nell’ebraico moderno si usa per riferirsi alla fotografia, contiene il senso di “ombra” (tzel) e fa pensare a un calco, un’impronta. Qualcosa attraverso cui Dio, che non può essere visto, si rende in qualche modo visibile. L'apostolo Paolo scrive che il figlio di Dio è “l'immagine del Dio invisibile” (Colossesi 1,15). L’uomo è stato creato a immagine di Dio e, come Dio, parla e può dare alla parola l’importanza che le spetta. Almeno questa è la sua chiamata. Di fatto, è l'unico animale capace di raccontare la sua storia. Può usare il suo corpo per combattere e per sedurre, come fanno anche gli altri animali, ma può usarlo anche per dire la verità, cosa che gli altri animali non possono fare.

secondo la nostra somiglianza
Nel termine ebraico (d'muth) è contenuta la radice della parola sangue. Si tratta quindi di una somiglianza profonda, come quella che ci può essere solo tra un genitore e la sua discendenza. Anche del terzo figlio di Adamo, Set, è scritto che Adamo lo generò “a sua somiglianza” (Genesi 5,3). Come il frutto esprime la natura dell'albero, così il figlio esprime la natura del padre.
Pur essendo il figlio diletto del Padre celeste, Gesù preferiva comunque chiamare se stesso “il figlio dell'uomo” (o uios tou anthropou, espressione che corrisponde all'ebraico ben adam). In realtà, in Cristo i due attributi vengono a coincidere. In effetti, la genealogia di Gesù contenuta nel vangelo di Luca conclude dichiarandolo contemporaneamente figlio di Adamo e di Dio (Lc  3,38).
La più profonda somiglianza dell’uomo con Dio sta in questa vocazione alla paternità, che vediamo chiaramente espressa nel popolo di Israele. Anche da un punto di vista etologico, l’uomo è l’unico animale in cui il rapporto di padre e figlio si conserva lungo le generazioni.
Il Signore sottolinea la continuità tra le generazioni garantita dal rapporto tra padre, figlio e nipote, dicendo: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abramo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe” (Esodo  3,6).

dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra
Forse perché chi sta in alto domina chi sta più in basso, “avere dominio” in ebraico si dice con lo stesso verbo che si usa per descrivere l'azione di “discendere”. La discesa dell’uomo dagli altri animali sostenuta dalle teorie evoluzioniste viene anticipatamente rovesciata dalla discesa dell’uomo sugli altri animali annunciata dalla parola di Dio. Nella creazione l’uomo arriva per ultimo, ma nel disegno di Dio è in realtà stato formato per primo, quando ancora non c’erano neanche le piante (Gn  2,5-7).  Come Dio domina l'intero universo, così all'uomo è dato di dominare sugli altri animali. Se consideriamo la maestosa potenza degli elefanti o delle balene, la forza delle tigri, dei cobra o degli squali, l’agilità delle scimmie, la capacità di librarsi in alto delle aquile o anche solo delle rondini, la laboriosità delle api o delle formiche, possiamo anche dubitare di questo dominio. Ma il dominio sugli animali ha un significa innanzitutto spirituale. Si riferisce al dominio dell’uomo spirituale su quello naturale. È all’uomo spirituale che è dato di giudicare ogni cosa (1Cor 2,15). Gli animali vedono, sentono, nuotano, si arrampicano, corrono molto meglio di noi, per non parlare del fatto che alcuni di loro possono anche volare. Queste cose però non li rendono superiori all'uomo, proprio perché non sono il corpo o l’anima ad essere destinati a dominare sullo spirito, ma viceversa, perché ci sia ordine e vita è lo spirito che deve avere il controllo. È l’amore per la verità di Dio che rende l’uomo superiore agli altri animali e questo amore è solo lo spirito che lo può sentire.  “L'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché queste cose sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente” (1Cor 2,14).  “Dio ci ha predestinati a essere secondo la sua immagine, ci ha cioè preposto dei limiti (questo è il significato del verbo greco tradotto con le voci di predestinare: pro-orizein un verbo che ha la stessa radice contenuta nella parola orizzonte). Per indirizzare un cammino è necessario fissare dei limiti. Dio ha preparato una via stretta, ma aperta    perché fossimo formati e raggiungessimo “l'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, [arrivando] allo stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo” (Ef 4,13). Questa via può essere percorsa in un verso o nell'altro: nella direzione di una maggiore comodità, autonomia, libertà d'azione per fare quello che più ci piace, oppure affrontando le difficoltà con le quali veniamo modellati verso la somiglianza con Dio in Cristo. Per essere a immagine e somiglianza di Dio e dominare sul resto del creato, dobbiamo innanzitutto esercitare dominio e autorità su noi stessi, evitando di fare quello che la nostra carne ci porta naturalmente a fare.

Dio creò l'uomo a sua immagine
La creazione si ferma all’immagine, la somiglianza verrà con il compimento dell’opera di formazione dell’uomo, di cui ci parla tutto il resto della Bibbia, la cui narrazione comincia con il secondo capitolo della Genesi e si conclude con l'Apocalisse. A formare l’uomo è sempre lo stesso Dio (Elohyim) che lo ha creato,ma per la formazione dell’uomo la Bibbia ci presenta Dio come YHWH, “Colui che è” viene rivelato solo a Mosè, dopo la formazione del popolo di Israele attraverso il quale Dio ha scelto di rivelarsi agli uomini in Cristo Gesù.  
Siamo stati creati a immagine di Dio, abbiamo cioè la possibilità di assomigliargli. Possiamo però anche allontanarci dal nostro modello. In altre parole, Dio ci ha creato a sua immagine, ma poi sta a noi impegnarci attivamente nel lasciarci formare a sua somiglianza. Per questo Dio si presenta al suo popolo come “il Signore, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele!”. Giacobbe è il nome che aveva Israele prima del suo incontro e della sua lotta con Dio. Attraverso le varie difficoltà della loro vita (in ebraico, il verbo “formare”– ietzer - contiene la stessa radice di “strettoia” – tzar – e “difficoltà” - tzarah), gli uomini che cercano Dio, se perseverano nella fede, vengono anche
formati a somiglianza di Dio. Ma tutto questo richiede un lungo processo. Dobbiamo quindi scegliere noi qual è la parte che ci interessa. Possiamo chiedere al cielo che nella nostra terra venga il suo regno e sia fatta la sua volontà (Mt 6,9). Ma possiamo anche rivolgere il nostro sguardo alle cose che sono sulla terra e trascurare il cielo.

lo creò a immagine di Dio, li creò maschio e femmina.
Adam la parola ebraica che traduciamo con uomo, si riferisce, come per altro il greco anthropos, all’uomo come specie, comprendendo cioè sia il maschio che la femmina. Anche la maggior parte degli altri animali, per riprodursi, sono stati creati maschio e femmina. Per l'uomo però questa specificazione ha un valore aggiuntivo, perché è espressamente collegata al fatto di essere stati creati a immagine di Dio. Prima di dire che Dio creò gli uomini, maschio e femmina (zakhar u-nekevah) è riaffermato per la seconda volta che Dio creò l'uomo a sua immagine. Il fatto che fossero maschi e femmina assume quindi un senso profondo, che l'ebraico ci aiuta a cogliere: il termine originale per “maschio” (zakhar) ha infatti la stessa radice della parola che significa “ricordo” (zikhron). La parola per “femmina” ha invece la radice di “incidere, trafiggere, bucare” (naqav). Se ci riflettiamo, vediamo che queste parole, più che a delle differenze anatomiche, si riferiscono a due aspetti fondamentali della natura umana, perché sono due fondamentali aspetti anche di quella divina. Il ricordo ha a che fare con la coscienza. Ci ricordiamo le cose di cui ci siamo accorti. Di fatto solo le azioni che compiamo coscientemente sono azioni in senso proprio e possono entrare nel ricordo di quello che è stato fatto dal soggetto che le ha compiute o di coloro che le hanno riconosciute e attribuite ad altri soggetti. Ma il ricordo ha anche a che fare con l'insensibilità, perché deve essere in qualche modo impermeabile alla sensazione, che normalmente lo cancella. Per ricordare bisogna non lasciarsi travolgere dalle sensazioni e dalle emozioni del presente. La forza dell'uomo sta nella sua fedeltà a Dio e nella capacità cioè di astrarsi da ciò che si vede e si sente per guardare a ciò che è eterno e non può essere visto. La nostra sensibilità è ciò che ci rende deboli, ma è d’altra parte anche ciò che ci rende capaci di riconoscere la debolezza degli altri e di averne compassione. Se non è accompagnata dalla compassione, anche la fedeltà a Dio può portarci lontano dalla verità e dalla volontà del nostro Creatore. Forza e sensibilità si incontrano in Cristo, e devono incontrarsi anche nei cristiani. “Anche voi, mariti, vivete insieme alle vostre mogli con il riguardo dovuto alla donna, come a un vaso più delicato. Onoratele, poiché anch'esse sono eredi con voi della grazia della vita, affinché le vostre preghiere non siano impedite” (1Pt 3,7).
La capacità di resistere alle distrazioni si deve quindi accompagnare nel cristiano al rispetto per la fragilità e alla compassione per la sofferenza altrui, perché questo è l’esempio che abbiamo ricevuto in Cristo. Colui che è stato chiamato “il leone della tribù di Giuda” è anche “l'agnello che è stato immolato” (Ap 5.12), l’uomo indifeso ed esposto al ludibrio della gente, il cui costato è stato forato (Gv 19,34-37).

Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra,
Mentre nel quinto giorno l'ordine era impartito a moltissime specie di diverse classi di animali, qui Dio sta parlando alla sola specie uomo. Il mare non poteva essere assoggettato, perché rimane per la massima parte immerso nelle tenebre. La terra invece è la parte della crosta terrestre che è venuta alla luce ed è lì che l'ordine di Dio può, e quindi deve, regnare incontrastato (abbiamo già visto che nella nuova terra il mare non ci sarà più, (Ap. 21,1).

dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra
Dio ci ha dato di dominare sulle bestie che vengono dal mare e su quelle che vengono dalla terra. Anche su quelle che verranno per dominare il mondo. Per un tempo a queste bestie sarà dato di fare guerra ai santi e anche di vincerli (Ap 13,7), ma il sangue dell’Agnello e la parola della testimonianza avranno alla fine il sopravvento:“Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e su tutta la potenza del nemico; nulla potrà farvi del male” (Lc 10,19).  

A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde. E così avvenne. 
Il terzo giorno Dio aveva già preparato il cibo per l’uomo. Prima dell’uomo, se ne erano nutriti gli uccelli del cielo e gli animali della terra, ma l’ultimo destinatario, il primo pensiero di Dio, era in realtà l’uomo. Come abbiamo osservato a proposito di Genesi 1,11, questi semi e questo frutto sono l’aspetto sensibile della parola e dell’amore di Dio. La Bibbia ci dice infatti espressamente “che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto, (Mt 4,4).

Originariamente, quindi, gli animali della terra non sono stati creati per mangiarsi gli uni gli altri, come invece devono fare quelli che vivono in mare. Dopo la cacciata dell’uomo dall’Eden e sicuramente dopo il diluvio sono cambiate le abitudini alimentari di molti animali, e anche le nostre. Ma anche oggi, sulla terra, tutta la vita si basa sui vegetali. Certamente lo stesso accade anche in mare, dove però i vegetali sono per lo più microscopici e praticamente tutta la macrofauna è carnivora, mentre in terra gli animali più potenti, come il bufalo e gli elefanti, sono tuttora erbivori. Secondo quello che ci rivela il profeta Isaia, le cose torneranno a cambiare. “Il lupo abiterà con l'agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. La vacca pascolerà con l'orsa, i loro piccoli si sdraieranno assieme, e il leone mangerà il foraggio come il bue” (Is 11,6-7). Nella nuova creazione torneremo tutti a nutrirci del frutto dell’albero della vita, che è la conoscenza di Dio.

Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.
Mentre tutto quello che era stato fatto fino ad allora era ripetutamente stato dichiarato “buono” (tov), dopo aver creato l'uomo Dio vede ciò che ha fatto e lo dichiara “molto buono” (tov me'od). Un apprezzamento che non deve rimanere in una sola direzione, perché Dio ha stabilito che l’uomo ricambierà questo suo superlativo. “Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze”(Dt  6,5).Con tutte le tue forze traduce infatti l’ebraico me'odekha, che letteralmente significa “con il tuo molto”. Rispondendo all'amore di Dio l'uomo entra nella luce della sua presenza.  

Fu sera, poi fu mattina: sesto giorno.
Questa è la sesta e definitiva vittoria della luce sulle tenebre. Con l’uomo la creazione può essere compiuta e le tenebre possono definitivamente sparire. L’immagine e la piena somiglianza con Dio sono compiute in Cristo. Per questo Paolo lo chiama “ultimo Adamo”.Ci troviamo insomma ancora dentro il sesto giorno, il giorno dell’uomo. Per molti versi il numero sei è un numero collegato all’uomo e descrive la sua situazione e le possibilità del suo destino, della scelta, cioè, che l'uomo deve compiere ogni giorno della sua vita tra il naturale e lo spirituale, tra l’animale e il divino. Seicentosessantasei è chiamato “numero d’uomo” (Ap 13,18), ma è anche e innanzitutto “il numero della bestia”. Quando l’uomo, rifiutando il consiglio di Dio, che ha detto che “per l’uomo non è bene stare da solo” e “si oppone a tutto ciò che è bene” perde l’ospitalità e la gentilezza che lo rendono uomo e si trasforma in una bestia. Il numero 666 tra le altre cose esprime anche la gerarchia dell’esercito, dove l’uomo, da solo, si mette a capo di decine e centinaia, per formare una macchina per la guerra: per uccidere, rubare e distruggere come il Nemico di cui si rende così efficace strumento. Quando l’uomo invece accetta il consiglio di Dio e si moltiplica per due, il sei diventa dodici, quante erano le tribù di Israele, e anche i primi apostoli della Chiesa. Anche nella Gerusalemme celeste, attorno al trono di Dio, siedono ventiquattro anziani (Ap 4,4) e il numero dei servi di Dio in cielo - centoquarantaquattromila - contiene il quadrato di dodici moltiplicato per mille.


Commento patristico

 Efrem
 A nostra immagine   E’ chiamato immagine perché è la sintesi del mondo, e in lui si racchiude e si riunisce tutta la creazione degli esseri spirituali e corporei. A nostra somiglianza  Per quel potere che Adamo aveva ricevuto sulla terra e su tutto ciò che è in essa, egli era somiglianza di Dio, che ha potere sulle cose che sono in alto e su quelle che sono in basso.
Filone di Alessandria

Nella scuola alessandrina, l’antropologia si sviluppò anzitutto sulla linea di Filone: l’immagine di Dio non ha niente a che vedere con il corpo, ma, in quanto immagine del Logos non incarnato, dimora nella realtà più alta dell’uomo, nella sua anima intellettuale o nel suo spirito, nel quale risiede la vera umanità dell’uomo. Quest’uomo spirituale, tuttavia, esiste concretamente sotto forma di uomo terrestre, e deve cercare di liberarsi con l’ascesi dai limiti che questa esistenza gli impone, per arrivare alla «somiglianza» di Dio. Cristo, nel quale si attuano tanto l’immagine quanto la somiglianza, è modello e maestro dei cristiani, e mostra loro la via da prendere per ritrovare questa somiglianza. Nella sua dottrina di una creazione eterna, Origene riprende l’idea di una doppia creazione. Per lui, Gen 1,26 riguarda la creazione dell’uomo originario, del vero uomo che bisogna ridiventare, mentre Gen 2,7 riguarda l’uomo caduto, il noûs vestito di tuniche di pelle. Per Atanasio, l’uomo è ad immagine del Logos in quanto essere razionale; ed è il Logos incarnato che permette all’uomo caduto di ritrovare la sua vera relazione con lui e dunque il suo carattere d’immagine.

Origene

 A immagine di Dio lo fece   Quell’uomo che è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio è il nostro uomo interiore, invisibile e incorporeo, incorrotto e immortale.
Gregorio di Nissa
“maschio e femmina lì creò” Se tra gli angeli non ci sono nozze, pure essi si riproducono in qualche modo, perché sono migliaia e migliaia, come riferisce Daniele nelle sue visioni (Dan 7,10). Così, neanche noi avremmo avuto bisogno di nozze per moltiplicarci, se a motivo del peccato non ci fosse capitata una certa deformazione o allontanamento dalla condizione in cui eravamo simili agli angeli, per moltiplicarci ci sarebbe stato lo stesso modo – incomprensibile, ma reale – per noi che siamo “poco meno degli angeli” (Sal 8,6).

Ireneo di Lione
Ireneo mette l’immagine di Dio nella condizione carnale, mentre la somiglianza si rivela quando l’uomo vive orientato verso Dio, nello Spirito. Questa somiglianza è stata persa a causa della caduta, che ha distrutto la comunione dell’uomo con Dio e così ha introdotto la morte. Essa tuttavia può essere ritrovata in Cristo, vera immagine e somiglianza di Dio, per ora nell’adozione filiale, e poi più completamente nella risurrezione: l’incarnazione non si limita a far ritornare l’uomo allo stato originario, ma fa diventare figli di Dio ed avvicina sempre più alla statura del Figlio.

Giovanni Crisostomo
Dio creò gli uomini Dopo che tutto l'universo fu creato e tutto fu approntato per il nostro riposo ed il nostro uso, Dio formò l'uomo, per il quale aveva creato il mondo. L'uomo, una volta formato, rimase nel paradiso: del matrimonio non si faceva parola. Aveva bisogno di un aiuto; l'aiuto gli venne, e neanche allora il matrimonio sembrava necessario. Non s'intravedeva neppure: essi vivevano ignorandolo, soggiornando nel paradiso come in cielo e rallegrandosi della familiarità con Dio. Il desiderio di unione, il concepimento, i dolori del parto, le generazioni e qualsiasi tipo di corruzione erano banditi dalla loro anima. Simili ad un corso d'acqua trasparente che sgorga da una fonte pura, se ne stavano in quel luogo adorni della verginità.
Un'infinità di angeli serve Dio, migliaia e migliaia di arcangeli gli sono vicini, e nessuno di loro è nato dalla generazione, dal parto, dai dolori e dal concepimento. Non avrebbe dunque potuto Dio, a maggior ragione, creare gli uomini prescindendo dal matrimonio?  Cosí creò i primi progenitori, dai quali discendono tutti gli uomini.

Commento spirituale
Tutti gli esseri viventi sono stati creati attraverso il Verbo e in vista del Verbo, poiché tutti dovranno entrare nella gloria dei figli di Dio, il Verbo di Dio ha percorso tutte le fasi dell’evoluzione materiale e spirituale; dalla materia inorganica alla resurrezione e alla trasfigurazione dell’uomo. Il Verbo di Dio è entrato nell’utero stesso della terra per nascere, crescere e morire come ogni essere vivente, seguendo l’iter evolutivo dell’essere umano.
L’evoluzione della terra è giunta al vertice con l’uomo creato come immagine riflessa di Dio sulla terra, chiamato ad essere a somiglianza di Dio nella partecipazione alla natura divina. L’uomo ha in sé dunque tutti i livelli precedenti di esistenza e può, in base alla sua razionalità, portarne le potenzialità a perfezione. Sicché, tutti gli animali hanno sensazione e movimento, ma gli esseri umani, che hanno un corpo adatto alla loro anima razionale (poiché hanno mani abili, e una bocca fatta per la parola), possono usarne in modo conforme ad esseri razionali. Non tutti gli esseri umani aderirono al progetto divino nel Figlio Unigenito, Logos increato che comunicava con il logoi razionali degli uomini, allora Dio assecondò le scelte di questi uomini nella loro differenziazione sessuale e ricevettero la stessa benedizione data agli animali: “Siate fecondi e moltiplicatevi” .
Il progetto di Dio sull’uomo creato a sua immagine e somiglianza era che, lui scelto in mezzo agli uomini (Adamo) doveva continuare la manifestazione del Verbo, facendosi sposa di Dio e madre di un nuovo personificando sempre più simile a Dio come era avvenuto per gli angeli.


 

mercoledì 3 settembre 2014

Unità e molteplicità

Per spiegare il mistero trinitario i teologi parlano (tra cui San Tommaso d’Acquino) di una molteplicità comunionale, unità nella molteplicità delle persone, l’Uno che include il molteplice, un Uno che è rapporto con l’altro, e quindi non-assoluto. In principio, Dio Elohim si espone come pluralità, come l’Uno articolato, l’Uno è quello che è appunto perché è per l’altro.
Nella generazione del Verbo, si ha la nascita di un Essere identico nella sostanza e distinto nella libertà personale, che si dona al Padre in una relazione d’amore. Invece per gli esseri viventi creati da Dio avviene una distinzione di enti diversi che entrano in una comunione progressiva di relazione sempre più conforme al modello trinitario.
Nel quinto giorno e poi anche nel sesto, l’invito a  fecondare e moltiplicare esprime bene questa unità nella molteplicità, come il seme, il quale è l’Intero inviluppato ed unito a se stesso, la sua unità si sviluppa nel germoglio, nel fiore e infine nel frutto. Così come  nella Trinità,l’Essere eterno del Logos si dispiega nel divenire temporale degli esseri viventi che attraverso una serie di atti liberi dovranno raggiungere la piena comunione con Dio, secondo il modello del Figlio Unigenito.
La molteplicità, il molto in ebraico si esprime con rv, la resh  che ci parla di capo, di corpo e la bet l’interiorità, la casa e la famiglia. Da qui si deduce che dall’Unico capo, dall’unico corpo è incluso il molteplice che per puro atto di amore si manifesta, uscendo da sé in una pluralità di enti diversi.
Infatti nella parola amore in ebraico א ה ב  possiamo notare nella sua decriptazione[1]: L’Uno 1= א che si apre= ה al secondo 2= ב.
In definitiva si svela totalmente “l’amare = א ה ב di Dio” e il senso di amare è sinteticamente l’Uno א che apre ה una famiglia ב.  

L’Uno contiene già la dualità, la pluralità. Nell’unità di Dio è contenuto il Tutto che nel manifestarsi si moltiplica in una serie di unità particolari. Per diventare molti, per identificarsi in ogni singola parte del Tutto, è necessario “lo spezzarsi” della divinità, a rinunciare ad essere Uno in se stesso per essere Uno in molti e Tutto in ciascuno.




[1] Vedi “Essere fratelli nella Famiglia di Dio” http://www.bibbiaweb.net/bibbi152.pdf

venerdì 29 agosto 2014

Gn 1,20-23

Commento esegetico

20Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. Dio vide che era cosa buona. 22Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

Dio disse: Producano le acque in abbondanza esseri viventi
Il quinto giorno corrisponde al secondo: alla creazione del firmamento, che separa l’alto dal basso, il cielo dal mare, corrisponde l’opera di ornamento del cielo e del mare, cioè la creazione dei pesci e degli uccelli.
Come in Genesi 1,11 (dove della terra era scritto tadshe ha-‘aretz deshe), il testo originale usa anche qui un oggetto interno “pullulino le acque un pullulare” (yishrezu ha-mayim sherez). Le creature marine sono cioè descritte come effetto di un'azione dell'acqua. Sono le acque, l’ambiente acquatico, a modellare le creature dei fiumi, dei laghi e del mare; ed effettivamente questi organismi hanno sempre forme idrodinamiche. Dalle più piccole (come per esempio i batteri, o le diatomee) dalle più rudimentali (come le meduse), fino alle più intelligenti (come i cetacei), le creature del mare hanno tutte delle forme che esprimono la natura dell’acqua, come se derivassero dalle stesse leggi che determinano la dinamica dei fluidi. Come dice questo testo nell’originale, l'acqua del mare che prima seguiva solo le leggi della materia, ora pullula di “anima vivente” (nefesh chayah). Mentre prima era scritto che le acque sotto il cielo vengono tutte raccolte in uno stesso luogo, adesso questo pullulare dell’acqua le conferisce una sua vita autonoma, una vita che non obbedisce più soltanto alla legge di gravità, ma può muoversi anche contro questa legge.
Viene così inaugurato il regno animale. Mentre nel regno vegetale gli organismi si nutrono degli elementi e dell'energia a disposizione nell'ambiente, gli organismi animali devono andare in cerca di energia (cibo) e di un compagno per riprodursi. La vita del mare quindi non si basa sulle piante, ma piuttosto su una moltitudine di creature la maggior parte delle quali non sono visibili a occhio nudo. Le più piccole sono capaci di trasformare l'energia solare in zuccheri, come fanno i vegetali terrestri, ma anche queste sono vegetali solo sotto questo aspetto, perché da altri punti di vista sono praticamente degli animali, in grado di muoversi e anche di ingoiare altre creature più piccole. Così le creature marine, anche quando si fissano momentaneamente al suolo, possono tutte spostarsi, alcune muovendosi come minuscoli sommergibili, altre con possente eleganza.

e volino degli uccelli sopra la terra per l'ampia distesa del cielo
Come il nuoto modella gli organismi acquatici, così il volo modella i volatili. Il testo usa questa volta un soggetto interno: ve'of yeofef letteralmente “e volatile voli” (‘of è un termine generico che copre tutte le creature dotate di ali, dagli insetti fino agli uccelli). Quindi non dentro lo spazio, che oggi sappiamo alquanto inospitale, ma sulla volta del cielo come appare da terra. La vita esprime il suo desiderio di tornare al cielo, spiccando il volo sotto forma di uccelli. Questa figura viene usata molte volte nella Bibbia. Scrive il profeta Isaia, che “quelli che sperano nel Signore acquistano nuove forze, si alzano a volo come aquile” (Isaia 40,31). L’aquila non batte le ali, sta ferma e si fa portare dal vento, figura dello Spirito, che abbiamo visto aleggiare sopra le acque fin dal principio. Se desideriamo la luce e speriamo nel Signore, Dio non ci lascia languire ma ci tira su, dandoci nuove forze.

Dio creò i grandi animali acquatici
Riappare qui il verbo “creare” (bara’ “creò”), che era stato usato solo nel primo verso di questo primo capitolo, per riferirsi alla totalità dell'opera di Dio. Creare è infatti qualcosa che si riferisce alla completezza dell'opera. All'interno della creazione, a differenza delle piante, gli animali hanno una loro completezza e autonomia. Nell'enumerare le creature, il resoconto parte dalle più grandi, perché sono loro a godere della massima libertà di movimento. La parola che traduciamo “animali acquatici” (tanninim) è usata nella Bibbia per riferirsi a serpenti e coccodrilli, spesso identificati con le forze avverse del male. In Isaia 27,1 il termine tannim viene associato allo stesso Leviatano. La Bibbia usa qui decisamente un linguaggio mitologico per parlare della storia e del potere di Dio su di essa. Anche i mitologici mostri, dopo la luce, la luna, il sole, anche questi esseri spesso presentati come antagonisti delle divinità nelle lotte cosmiche, sono creature. Nel libro dei Salmi è scritto “Là viaggiano le navi e là nuota il Leviatano che hai creato perché vi si diverta” (Salmi, 104,26). Le creature sono libere di divertirsi e anche di fare il male per un certo tempo andando contro le leggi del loro stesso Creatore.

e tutti gli esseri viventi che si muovono, e che le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie e ogni volatile secondo la sua specie. Dio vide che questo
era buono.
Le acque fecero pullulare gli esseri viventi capaci di muoversi per conto proprio, ma
ciascuno pullulava secondo la propria specie. Come le piante prodotte dalla terra e anche più di loro, gli animali hanno un ordine da rispettare. Provengono da uno specifico seme e possono riprodursi solo con altri animali provenienti dallo stessa provenienza. La mescolanza esaurirebbe l’ordine e la differenziazione. Mantenendo chiaramente definiti i limiti della riproduzione, si possono invece produrre nuove differenze, nuove razze e con il tempo anche nuove specie, aumentando così la diversità del creato.

Dio li benedisse
Dio interviene esplicitamente con una «benedizione», dona cioè agli animali la capacità e la possibilità di trasmettere la vita e di conservarsi in esistenza. Con tale benedizione Dio viene proclamato unico autore della vita, garante e responsabile della conservazione del mondo. In ebraico il verbo “benedire”, barakh, usato qui per la prima volta, ha una radice vicina a quella del verbo “creare” (bara’). È anche la stessa radice con cui ci si riferisce al ginocchio e all’azione di inginocchiarsi. Il ginocchio è ciò che serve per muoversi speditamente, articolando il proprio movimento, ma può essere anche piegato, come si fa per osservare meglio qualcosa o per esprimere meraviglia e riconoscenza.  

Crescete, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari
La benedizione di Dio consiste in un vero e proprio ordine, in forma imperativa. L’ordine in ebraico suona: pru urvu u-mil'u. Letteralmente: “fruttate e diventate grandi e riempite”. Descrive il ciclo della vita animale, che comincia con l’ultima fase dello sviluppo vegetale, il frutto. Nel frutto è contenuto il seme, per questo dal frutto segue la moltiplicazione. A differenza dei vegetali, il cui seme è trasportato dal vento, dall'acqua o comunque da agenti esterni alla pianta, per gli animali la riproduzione richiede la partecipazione di due organismi almeno uno dei quali deve impegnarsi in un'attiva ricerca del partner. Da qui l'ordine di moltiplicarsi. In quanto a riempire le acque, anche questo è un effetto della ricerca che caratterizza la vita animale.

Commento spirituale

L'origine della vita animale dalle acque che sono sotto il cielo ci parla del rapporto tra ciò che è naturale e ciò che è spirituale. Le creature animali, innanzitutto quelle prodotte dall'acqua, simbolizzano l'anima naturale che deve venire alla luce. Gesù
ha usato questa metafora quando ha detto ai suoi discepoli che li avrebbe fatto diventare pescatori di uomini (Mt 4,18). Secondo la teoria evoluzionistica i primi animali sarebbero stati marini per poi trasformarsi in anfibi e divenire progressivamente terrestri, e anche gli uccelli tendono a diventare terrestri per potersi riprodurre. Si formano dei nidi, che sono le prime dimore terrene. Appena possono, gli animali fissano una dimora e un territorio da difendere per la propria riproduzione. Lo scrive Gesù, per annunciare di sé stesso, e di coloro che vogliono essere veramente uomini con lui, che non è questo il nostro destino: “... gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo” (Matteo 8,20).
Inoltre, i pesci e gli uccelli non sono in grado di camminare; ciò indica che non c’è ancora pieno frutto.
Se il versetto non avesse aggiunto urbù, moltiplicatevi, ogni creatura avrebbe prodotto un solo discendente; moltiplicatevi aggiunge nascite multiple alla benedizione in modo che ogni singolo dia vita a molti (Rashì). La generazione dell’unico frutto a immagine del Figlio di Dio si moltiplica in tante nascite (portare un corpo dentro). Il parto unico diventa parto multiplo, affinchè la moltitudine di esseri viventi possa raggiungere l’Unigenito Essere Vivente. La fecondità, il frutto del Figlio viene dall’alto, viene dall’altro. Nella Bibbia la vita non si produce, ma è l’evento che accade tra Dio e l’uomo, è l’esperienza di comunione. Dio viene ad abitare nell’uomo,come il seme nella terra e l’uomo come la terra accoglie quel seme divino per farlo diventare frutto, figlio di Dio.

Commento decriptato

Decriptiamo alcune parole del testo di Gn 1,22

Li benedisse
Benedire in ebraico barak dentro i corpi i retti, la mano di Dio. Qui si deduce che gli  esseri viventi sono creati dalla mano di Dio secondo il suo progetto di rettitudine.
Siate fecondi
Siate fecondi in ebraico è portare frutto pru Il Verbo nel corpo è portato. Quindi il Verbo conduce ogni essere vivente a svilupparsi secondo il suo modello.

moltiplicatevi
Moltiplicatevi in ebraico rvu è siate molti, grandi, decriptato: i corpi dentro per essere lavorati,plasmati oppure rv il maestro con il bastone. Qui abbiamo la formazione dell'essere vivente che segue le indicazioni della madre, pensiamo alla gestazione del bimbo nel grembo della madre, e le istruzioni del padre che gli fa da maestro di vita. Indica la crescita di un essere vivente verso la sua maturità. Nella moltiplicazione, gli esseri viventi che hanno portato frutto, portano se stessi nella prole ad abitare lo spazio loro concesso da Dio. I loro corpi resh formano una propria famiglia bet secondo la loro specie.

Riempite la terra
Riempite umil': waw portati alla mil’ pienezza, oppure vivere mem la potenza  lamed dell'Unigenito alef

brulichino le acque di esseri viventi
brulichino sheretz: la luce dei corpi sale o scende, in riferimento allo spazio atmosferico del cielo. I volatili ‘of ain waw pe  (si percepisce il loro essere portati dal soffio, dal Verbo di Dio)
esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque,
Nelle acque  iniziano a brulicare sheretz esseri striscianti rameset (rettili, invertebrati) i corpi dei viventi che bruceranno alla fine oppure in positivo, i corpi dei viventi si illuminano nella scelta, nelle indicazioni (date da Dio).
Quinto giorno
chamishi  cham il calore dei viventi, della vita esistente sorgerà per stare negli uccelli e nei pesci, i primi esseri viventi che attraverso il calore della luce di Dio che è amore si moltiplicano. Qui abbiamo la manifestazione dell’uomo primordiale nel suo essere cielo shamaim fuoco e acqua, nella sua natura spirituale e materiale che si manifesta nei primi esseri viventi attraverso la generazione.






martedì 5 agosto 2014

Gn 1,14-19

 Commento esegetico

14Dio disse: «Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni 15e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne. 16E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce maggiore per governare il giorno e la fonte di luce minore per governare la notte, e le stelle. 17Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18e per governare il giorno e la notte e per separare la luce dalle tenebre. Dio vide che era cosa buona. 19E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

Il quarto giorno vede il completamento dell’opera compiuta il primo giorno, la creazione degli astri è in stretta relazione con quella della luce. Ma l’autore sacerdotale non cita le due opere più splendide: il sole e la luna. Evita i loro nomi perché in tutte le culture vicine a Israele, il sole e la luna sono considerate divinità; per non correre rischi, o meglio, per non dare importanza a realtà idolatrate, non le chiama con il loro nome e adopera una parafrasi allusiva. Si tratta di un chiaro intento «demitizzante». Nei racconti tradizionali antichi sull’origine del mondo il sole, la luna e le stelle erano sempre elementi fondamentali e iniziali; nel poema biblico, invece, compaiono solo nella seconda fase, non viene attribuita loro particolare importanza e sono ridotti a meri strumenti. Il termine adoperato dall’autore me’orot  tradotto con luce, indica piuttosto la lampada, cioè il sostegno per un oggetto che emana luce: la traduzione migliore mi sembra «lampadario». Si tratta semplicemente di lampadari che Dio ha appeso al soffitto della terra, cioè sul firmamento. La funzione di questi lampadari è quella di creare separazione fra giorno e notte, servire da elementi indicatori per i cicli stagionali e liturgici e infine illuminare la terra. La mentalità dell’autore sacerdotale emerge di nuovo chiaramente: gli astri hanno un’importanza fondamentale per la costituzione del calendario religioso e questo ruolo risale a Dio stesso che con essi ha inteso organizzare il cosmo e il tempo.

siano dei segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni
'Oth, la parola che qui è tradotta con segno è anche una preposizione, che indica il
complemento oggetto ed è formata dalla prima e dall'ultima lettera dell'alfabeto ebraico, alef e thav: una specie di segno dei segni. La troviamo già nel primo versetto della Bibbia usata come preposizione in contesti come questo, non ha un equivalente nelle nostre lingue. Indica semplicemente un oggetto e un'intenzione. Qui, usata come sostantivo, questa radice significa “segno”, in altri contesti indica le insegne militari, i monumenti e, soprattutto, i miracoli di Dio. Comunque sia, stiamo parlando di una comunicazione destinata a qualcuno. La luce è luce per qualcuno che la vede, e anche le luci nel cielo hanno lo scopo di essere viste da qualcuno e servire da indicazione del tempo che passa. Gli astri, grazie alla regolarità del loro movimento, sono un punto di riferimento per avere una misura del tempo. Ma per capire il movimento e per misurare il tempo occorre in qualche modo esserne fuori. Dall'eternità il Signore ha disposto i cieli perché fossero contemplati da qualcuno in grado di contare, cioè di mettersi fuori dal tempo. Non è ancora il momento di creare l’uomo, ma è in vista dell’uomo che ogni cosa è stata creata.

E così avvenne
In ebraico khen si usa per dire “sì”. Viene da una radice che significa stabilire, mettere a punto. Quasi dalla stessa radice procede anche la parola con cui la Bibbia si riferisce ai sacerdoti (khohanym). Il cosmo è un immenso orologio messo a punto per battere non solo le ore, ma i mesi, gli anni e le epoche. Perché qualcuno possa chiedere: “Insegnaci a contar bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio” (Salmi, 90:12). In tutte le culture, e in particolare in Israele, il conto del tempo era compito dei sacerdoti, che contavano i giorni, i mesi e gli anni perché fossero celebrate le feste e si conservasse memoria delle cose avvenute. Perché le cose passano, ma grazie al conto del tempo si conserva memoria delle cose avvenute e questa memoria diventa un’istruzione per il futuro.

E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce maggiore per governare il giorno e la fonte di luce minore per governare la notte, e le stelle. 
Il verbo tradotto con il nostro “governare o presiedere” (mashal) ha la stessa radice delle parole che traduciamo con esempio e con proverbio ed è all’origine della parola che, dal greco del Nuovo Testamento, abbiamo traslitterato con il termine evangelico parabola. Il senso di questo presiedere è di governare con l’esempio, cioè con quello che si è. Un’autorità che viene dalla propria qualità.

Commento decriptato

E’ questa la tappa in cui l'uomo allarga la visuale e fa un salto di spiritualità passando dall'io-Dio all'io-tu-Dio, sia che si guardi questa pagina sotto l’aspetto della crescita spirituale d’un uomo formato, sia dello sviluppo fisico-eticospirituale d’un uomo uscito della protezione del materna e dell’infanzia che inizia una vita di relazione per arrivare alla maturità con l’aiuto d’intermediari. Dio vi provvede con “luci nel firmamento del cielo…per regolare il giorno…per regolare la notte”, che però non sono chiamati sole e luna. Nella descrizione del giorno 2° si concluse che il firmamento o cielo non è fisico, ma interfaccia tra lo Spirito di Dio e la sfera dell'uomo. Questo cielo è disposto per la rivelazione in quanto si può considerare l'uomo un mondo con atmosfera di spessore pari alla crescita della sua spiritualità. Là c’è tutto ciò che conosce ed ha acquisito da Dio; Dio è la madre, la vita e l’acqua di sopra e l’uomo è il bimbo, la vita e l’acqua di sotto.
L'uomo non può contenere Dio che sta all'esterno delle suo cielo, per lasciarlo libero, ma è in tale seno che è da entrare per rinascere cioè per “essere”. Ciò che l’uomo non conosce di Lui è oltre il firmamento, contatto tra noto e ignoto, ma Dio da quel Cielo soffia lo Spirito a intermediari da Lui preposti per far crescere lo spirito dell’uomo fino alla dimensione che accetta d’acquisire; infatti, dove sta Dio? Disse un rabbino: dove lo si lascia entrare!
Tali luminari posti all'interfaccia, appunto il firmamento, ricevono energia da Dio
e possono essere recepiti dall'uomo, perché solo ciò che è sotto il firmamento spirituale è recepibile dall'uomo. Se ne ricava che i grandi luminari e le stelle non sono astri, ma un’allegoria, terminali attraverso cui l’uomo può rapportarsi con lo Spirito di Dio che così può invadere lo spirito dell'uomo: “metterò dentro di voi il mio Spirito.” (Ez. 36,27). Questi terminali sono necessari finché l'uomo è portato nella crescita spirituale a livello tale (7° cielo) che l'interfaccia sia eliminabile ed il colloquio possa continuare senza intermediari, faccia a faccia come un uomo parla ad un uomo: “Poiché di lui stirpe noi siamo” (Att.17,28b) e "I suoi servi l’adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte.” (Ap.22,3b-4) Lo scrittore ispirato del Gen 1 aveva la sua luna, l'Assemblea Madre ed il suo sole, la Torah, in quanto nel parallelo con l’Esodo questo giorno si può vedere proprio come quello della consegna della Torah a Mosè.
E le stelle ? I profeti, i sacerdoti i dei fratelli nella fede. In definitiva, Dio, nel 4° giorno dà segni efficaci all'uomo con la capacità di seguirli; cioè nella libertà dona precetti e l'obbedienza. Nella parabola della nascita d’un uomo nuovo nel 3° giorno è terminata la creazione della “terra” che è separata dalle acque del parto dalla madre; è creato il terrestre, l’asciutto, cioè l'hardware dell'uomo nuovo. L’uomo ora potenzialmente ha tutto, ma quel che sarà dipende da ciò che gli si dà per coltivarlo, dall'educazione in senso lato; cioè per lo sviluppo armonico è da ben impostare il programma, il software definito cielo, ciò che è al disopra della sua terra ed è la sua sfera estetico, razionale, etico, sociale e spirituale. L’autore indica che i veri astri - sole, luna e stelle - dell’Ebreo sono la luce di Dio che promana essenzialmente dal Suo candelabro a sette braccia o menorà; vale a dire nell’assemblea dei fratelli. Il punto focale della creazione, è appunto il 4° giorno che è il mediano dei sette giorni e corrisponde alla luce centrale della menorah. Queste luci di cui si parla nel 4° giorno servono: per illuminare la terra - cioè nel nostro parallelo, Adamo; per regolare giorno e notte, cioè per le ore di preghiera; per le stagioni, per i giorni e per gli anni, ossia per le feste e per i giubilei; per separare la luce dalle tenebre, ciò che è secondo Dio da ciò che non lo è.
Nella descrizione di questo giorno abbiamo considerato che non sono nominati il sole e la luna che normalmente si considerano creati in questa tappa. Adamo poi darà il nome agli animali, ma non agli astri e da parte di Dio questo sarebbe stato il momento giusto per chiamarli sole e luna, ma non avviene. Gli unici astri veramente nominati sono le stelle, ma è da pensare alla giustizia e ai giusti: “Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada.”(Is 62,1), infatti stella è kokab e da una lettura con le lettere s’ottiene: “arde כ ו ה)כ ו ) la rettitudine כ dentro ב”; cioè, attraverso loro si vede un bagliore della rettitudine di Dio e le stelle sono kokabim: “arde כ ו ה) כ ו ) la rettitudine כ dentro ב che vi sta י a vivere .“ם. Nessuna parola nel Genesi è scritta a caso, ed è importante andare a cercare quando la parola “stelle” è in questo rinominata il che si verifica proprio con le parole sole e la luna quando Giuseppe racconta il sogno: “Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me. Lo narrò quindi al padre e ai fratelli e il padre lo rimproverò e gli disse: Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te ?” (Gen 37,9s) E’ chiaro che lì il sole è il padre, la luna è la madre e le stelle i fratelli (di sangue e/o della comunità) in linea con quanto si va dicendo e si può allargare. Per i cristiani Gesù, il Cristo incarnato, storicamente nel cammino di salvezza è ritenuto il sole, luce parallela a quella del 1° giorno (uguale e consustanziale al Padre) preesistente alla creazione, visibile fisicamente dall’uomo nella sua 4° tappa spirituale, con gli occhi della fede formatasi nei primi tre giorni. Cristo è proprio il sole: “Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12) e “La città (nuova Gerusalemme) non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’agnello.” (Ap 21,23) La luna nel parallelo è Maria, la Chiesa, illuminata da Cristo - sole: ”Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi …” (Ap12,1b), l'Assemblea dei fratelli che guida e aiuta quando nella notte gli occhi non vedono la luce grande e stelle? Santi, i veri cristiani, le stelle “…e sul suo capo una corona di dodici stelle” (Ap12,1b), cioè i 12 apostoli, quindi il magistero.
La decriptazione di  stella Caf  waw (H) caf bet  è “Arde per la rettitudine dentro”. Inoltre, il termine ebraico kokhab, “stella” è molto bello e denso di significato; le lettere che lo formano, infatti, ci svelano l'immensità della presenza che questi elementi celesti portano in sé. Troviamo due caf, che significano "mano" e che racchiudono in sé una waw, cioè l'uomo, inteso nella sua struttura vitale, nella sua colonna vertebrale, che lo mantiene in posizione eretta, che lo fa salire verso il cielo, verso il contatto col suo Dio e Creatore. Dunque, dentro le stelle, appaiono due mani, caf e caf, che stringono in sé, con amore, l'uomo: sono le mani di Dio, che mai cessano di sostenerci, solo che noi ci affidiamo ad esse. Infine compare la lettera bet, che è la casa. Le stelle ci parlano, allora, del nostro viaggio verso la casa del Padre, del nostro continuo migrare e ritornare là, da dove siamo venuti, fin dal giorno della nostra creazione, ma già fin da sempre.
Quarto giorno:  (in questo giorno l’uomo spirituale si manifesta in modo universale)
rebi(ain)i  il corpo che abita nell’esistenza ad agire sarà o il Maestro sarà visto esistere (in riferimento all’unigenito figlio di Dio sole di giustizia).  Il sole la luna e le stelle sono i corpi astrali che prefigurano l’archetipo dell’Uomo-divino.