lunedì 30 marzo 2015

Gn 2,8-15 "Il giardino in Eden"

Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. 9Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. 10Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. 11Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l'oro 12e l'oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d'ònice. 13Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d'Etiopia. 14Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l'Eufrate.
15Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

Commento esegetico

Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden a oriente e vi collocò l’uomo che aveva plasmato….Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi…

Il Signore Dio

Da un punto di vista narratologico si osserva tuttavia come il passaggio dalla semplice indicazione di Dio con il nome di Elohim del capitolo primo al nome proprio Jhyh dei capitoli due e tre, si passi dal tema generale della creazione del cosmo, all'osservazione più particolareggiata della creazione della terra e dell'uomo, e di quest'ultimo in rapporto con Dio.

giardino in Eden

Dio non fa costruire all’uomo il giardino, Dio non dà ordine all’uomo di lavorare per fare il giardino. Dio non ha bisogno dell’uomo come gli dei mesopotamici che sono stufi di lavorare e quindi creano il sostituto. Dio non va a cercare l’uomo perché ne ha bisogno, ma va incontro all’uomo, lo crea prende l’uomo e ve lo colloca dentro.
Il giardino è simbolo delle relazioni buone, luogo privilegiato della relazione tra Dio e l’uomo. Dio ha introdotto l’uomo alla relazione con sé.
Tuttavia il radicale ebraico ('dn) indica concretamente "delizie", quindi il giardino era un giardino di delizie. In questo giardino però scorreva un fiume che era portatore dell’energia vitale dell’Eterno, tant’è da esso prendeva linfa l’albero della vita.
 Un giardino a "Oriente" indica una località a Est di Gerusalemme, la capitale spirituale dell'ebraismo. Il territorio è una valle in cui scorre un fiume; all'uscita di questo giardino il fiume si divide e forma quattro. In definitiva da questa descrizione si ricava che si tratta di una valle fluviale. Il nome di questi capi o cime, come di funi, per due di essi hanno fatto individuare, con sufficiente certezza, i fiumi Tigri (letteralmente "che fa rumore") ed Eufrate (letteralmente "che fa fruttificare"), e gli altri due, il Pison e il Ghicon, di più difficile individuazione. In base a quanto detto fino a questo punto l'area di cui si parla è una valle fluviale deliziosa, in mezzo ad una steppa, a oriente di Gerusalemme, la cui acqua è, o era, in comunicazione idrica con il Tigri e l'Eufrate.
Questo terra, a suo tempo appunto circondata dalle acque, come una isola felice, aveva un cuore più fertile, eccezionalmente rigoglioso, particolarmente ricco d'acqua e quindi rispetto alle altre aree di vegetazione. Potrebbe essere collocata nella valle del Giordano.
Osservando la carta geografica la valle del Giordano è infatti a Est di Gerusalemme e la zona dell'attuale sbocco del Giordano nel Mar Morto, su cui si trova la Città di Sale che ricorda il racconto della moglie di Lot e di Sodoma e Gomorra, si trova in linea d'aria a 30 Km. sullo stesso parallelo. La palma da datteri, l'ulivo, la vite, i cedri, i fichi, l'albicocco, il melograno, il noce, il tamerice, l'acacia, la quercia, l'alloro, il mandorlo, il cipresso sono tutti alberi che ben fruttificano in tale valle. Fino in epoca storica e nei racconti biblici la zona è stata ricca di fauna; si ricordano le gazzelle, gli orici, i daini, gli stambecchi, e poi il leone, il lupo, l'orso, la volpe, oltre quelli domestici. A circa 40 Km. a nord dallo sbocco del Giordano, nel Mar Morto, pressoché alla confluenza nel Giordano dello Iabbok, affluente di sinistra, ai guadi del Giordano c'è la città di Adama, che fa ricordare il nome di Adamo, città fortificata nel territorio di Neftali (Gen. 19,36). 

Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male.

L’albero
Nelle tradizioni mitiche antiche l’albero ha sempre un ruolo importante. In moltissime religioni l’albero diventa il segno verticale di collegamento fra la terra e il cielo: le radici sotto terra e i rami protesi verso il cielo. È l’asse di collegamento umano–divino. Molte religioni hanno un culto particolare per gli alberi e numerose celebrazioni rituali avvengono vicino a degli alberi. L’albero richiama l’aspetto femminile-materno del nutrimento dei suoi frutti e della protezione offrendo casa e riparo attraverso la sua ombra. D’altra parte c’è l’aspetto maschile della sua verticalità cosmica: legato alla terra, ma cresce verso il cielo cercando la luce. Dal legno dell’albero si fanno i bastoni segno dell’arma come esercizio del potere. Il bastone è un piccolo albero sradicato, dominato e controllato.
Se mettiamo insieme i due aspetti femminile e maschile abbiamo la valenza di una persona, infatti il Salmo 92(91) afferma: il giusto fiorirà come palma oppure il salmo 1 chi medita la legge del Signore ..sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua-


l'albero della vita

La tradizione orientale, poi, conosce l’albero della vita, la pianta della vita. Basti pensare alla grande ricerca di Gilgameš. Che esista l’albero della vita è un dato scontato. Moltissime tradizioni antiche conoscono l’albero della vita e, quindi, è più che naturale che nel giardino degli dei ci sia l’albero della vita.
Il termine ebraico vita è usato al plurale "haiim" e non potendo essere un maschile è da considerare un plurale duale, perciò l'albero della vita in effetti è albero delle vite e più precisamente si può pensare come "l'albero delle due vite".
La cacciata dal paradiso ha il senso di evitare nella vita a venire che Adamo dopo il peccato rimangi di quell'albero della vita e così rimarrebbe per sempre in disgrazia anche nella seconda vita. Nel concetto due, in ebraico shenajjm, dal radicale shena significa “ripetere, rinnovare", c'è la lettera shin che evoca nella mente a chi aduso a vedere le lettere ebraiche anche come ideogrammi la traccia grafica dello splendore del fuoco e della risurrezione. Il mangiare dell'albero della vita è perciò gustare un frutto, farmaco di immortalità, che reca la risurrezione e la vita eterna.

l’albero della conoscenza del bene e del male

L’albero della conoscenza del bene e del male, invece, non si trova, non si è trovato almeno finora da nessuna parte. È dunque fondata l’impressione che si tratti di un’invenzione del nostro autore. Nel sistema mitico degli alberi simbolici il nostro autore crea un nuovo simbolo: l’albero della conoscenza del bene e del male. Bene e male sono due concetti opposti e nel linguaggio semitico si usa volentieri una coppia di termini diversi e opposti per dire una totalità. Cielo e terra, vale a dire tutto. Il Signore ti benedica quando entri e quando esci, cioè sempre. Bene e male, cioè tutto quello che uno fa. Mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male equivale a impadronirsi di una realtà. Quindi abbiamo a che fare con un simbolo che significa la pretesa di far di testa propria.  L’albero della conoscenza è simbolo della propria coscienza in cui dimora la libertà dell’uomo.
Il verbo ebraico daat contiene la parola tempo (‘t) che esprime la possibilità per l’uomo di entrare in una condizione temporale di incompiutezza oppure di scegliere la strada della sua comunione con Dio.
 
Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse

In questo giardino l’uomo ha il compito di coltivarlo e custodirlo, ma non per il bene di Dio, per mantenere questa realtà. Ma anche qui i due verbi sono molto significativi. Il verbo coltivare (‘bd ), è il verbo del culto: anche in latino «colere» è lo stesso verbo per indicare l’adorazione e la coltivazione.
Il culto ha la stessa radice di coltivare e custodire (šmr)è il verbo che indica anche l’osservare. Vogliono dire: adorare, servire il Signore e osservare, mettere in pratica i suoi comandamenti. Quindi non sono verbi semplicemente del lavoro, ma indizi della relazione con Dio. Il giardino diventa chiaramente un simbolo della relazione amichevole con Dio. Questa relazione deve essere coltivata. La persona di Dio, la sua parola, deve essere custodita.

Commento patristico

“Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato”
Procopio
In Eden  Questa parola vuol dire “delizia”; lo piantò in un luogo delizioso e bello.
A Oriente  Con ciò, Dio preludeva a quanto sarebbe accaduto. Poiché, come le stelle nascono ad oriente e corrono verso il tramonto, così anche l’uomo, posto ad oriente, doveva correre dalla vita alla morte, per ricevere poi con la risurrezione dai morti,un nuovo sorgere. Cristo, infatti, è venuto per far sorgere ciò che era tramontato.
Siriaci
Il Signore… piantò  Mostrò la cura speciale che Dio ebbe per questo luogo, ciò indica la gloria di colui che vi avrebbe abitato.
Agostino
Un giardino… a oriente    Con queste parole si dice figurativamente anche delle delizie spirituali proprie della vita beata.
“Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino, e l’albero della conoscenza del bene e del male”.
Agostino
Ogni sorta di alberi graditi alla vista  Dobbiamo intendere le gioie spirituali, in ogni albero bello all’aspetto per l’intelligenza e buono come cibo che non si corrompe – quel cibo di cui si nutrono le anime beate, operate per il cibo che non si corrompe (Gv 6,27)
L’albero della vita nel mezzo  Significa quella Sapienza per cui l’anima deve comprendere di essere fatta per stare come nel mezzo della realtà: poiché, pur avendo sotto di sé tutta la natura corporea, deve comprendere che al di sopra di lei c’è la natura di Dio.
Ruperto
L’albero della vita   Il paradiso terrestre fu fatto a immagine del paradiso celeste, dove le potenze angeliche sono come alberi bellissimi, e albero della vita è Dio stesso, della cui visione beata gli angeli sempre vivono felici. E a immagine e somiglianza della  Chiesa degli eletti, dove …, albero della vita è il Cristo.
L’albero della conoscenza del bene e del male.   E’ albero della morte, in realtà: ed è chiamato albero della conoscenza del bene e del male per contrario. Nel genere umano, come l’albero della vita è il Cristo, così il suo contrario, l’albero della morte, è l’Anticristo.
Riformatori
L’albero della vita  Io sono convinto di ciò che hanno insegnato alcuni Padri, l’albero della vita era figura dl Cristo come Parola eterna di Dio. E ad Adamo fu insegnato, con questo segno, a non attribuirsi nulla come proprio: perché dipendesse totalmente dal Figlio di Dio e non cercasse la vita se non in Lui.
Apocrifi

Apocalisse di Enoc. 32
L’albero della conoscenza: “Oltrepassate le montagne del Nord-Est, Enoc arrivò nel Paradiso della Giustizia, ricco di Alberi numerosi e grandi, fra cui primeggiava l’Albero della Sapienza.  Quelli che ne mangiano conoscono una grande sapienza. Esso rassomiglia al carrubo; il suo frutto, simile ad un grappolo della vigna, è molto buono; e l’odore di questo Albero, si spande e penetra lontano. E io dissi: «come è bello quest’albero e come il suo aspetto è dolce». L’Angelo santo, Raffaele, il quale era con me, mi rispose e disse: «Questo è l’Albero della Sapienza, di cui mangiarono il tuo vecchio Padre e la tua vecchia Madre, tuoi avi: ed essi conobbero la Scienza, i loro occhi si aprirono e seppero che erano nudi, e furono cacciati dal Paradiso.

Commento spirituale

L’albero della vita è la linfa dell’amore di Dio per l’uomo, esso è lo Spirito Santo, datore di vita. In questo albero possiamo vedere la vita divina a cui l’uomo dovrà attingere per somigliare a Dio. Nell’albero della conoscenza del bene e del male notiamo la linfa dell’amore dell’uomo per Dio. Il verbo conoscere in ebraico significa fare esperienza, è legato al tatto e alla visione e richiama la coscienza dell’uomo, la sua immagine divina nel suo aspetto incompiuto, ma che anela alla sua sorgente divina in divenire, essere figlio di Dio.
La tradizione collega l’albero della conoscenza al fico in ebraico te’nah, questa stessa parola significa pulsione sessuale, il “crescere del desiderio”, l’eros, dunque esprime la realizzazione del desiderio dell’uomo per Dio, la crescita del Figlio dell’Uomo nel mondo. L’albero della conoscenza dona il suo frutto in ogni stagione (in ogni tappa del percorso dell’uomo) per acquisire la conoscenza divina e cambiare la pelle in luce[1]. L’uomo è chiamato a diventare quel frutto che contempla passando attraverso la le tante rinunce (morti) alla sua natura animale per salire (risurrezioni) verso la natura divina.
Infatti, nella nuova Gerusalemme dell'Apocalisse c'è solo l'albero della vita ma non più quello del bene e del male "perché la conoscenza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare." (Is. 11,9b).









[1] In ebraico pelle e luce hanno le stesse lettere, cambiamo solo della prima in pelle c’è la ain in luce alef, la prima esprime la visione della realtà sensibile nella sua sorgente divina, la seconda Dio-Uno, il Padre.

mercoledì 11 marzo 2015

Gn 2,4-7 "L'uomo plasmato dalla terra"

Queste sono le generazioni del cielo e della terra, quando vennero creati. 4bNel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo5nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c'era uomo che lavorasse il suolo, 6ma un vapore sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. 7Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.

Commento esegetico

Il Signore Dio
Da un punto di vista narratologico si osserva come il passaggio dalla semplice indicazione di Dio con il nome di Elohim del capitolo primo al nome proprio Jahvè dei capitoli due e tre, si passi dal tema generale della creazione del cosmo, all'osservazione più particolareggiata della creazione della terra e dell'uomo, e di quest'ultimo in rapporto con Dio. Il nome Elohim esprime il Dio trascendente artefice di tutta la creazione, mentre Jahvè è il partner (Sposo divino) della futura alleanza Israele, sua sposa.
nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata
come in Gn 1,2  l’autore descrive la situazione di aridità e di desolazione del suolo che precede la creazione dell’uomo.
vapore
il termine ad in ebraico vapore che sale dalla terra fa pensare alla presenza dell’ Adam (umanità) che sarà plasmato dalla terra adamah, lo confermano le prime due lettere di vapore alef e dalet.
Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.
Dio plasma l’uomo con polvere del suolo. Viene utilizzato proprio il verbo del vasaio. In ebraico, vasaio (yoser) è il participio del verbo plasmare. Quindi Dio fa il vasaio; prende del fango e lo forma, lo impasta. Non è un’invenzione del nostro autore; abbiamo trovato nel mito di Atrahasis che l’uomo è fatto di argilla e che qualche divinità ha impastato l’uomo dal fango. Questo è un dato che l’autore biblico ha studiato, ha conosciuto per tradizione, lo dà per scontato e il linguaggio non gli fa problema. L’uomo è parente della terra. Ma in ebraico il gioco linguistico fonda anche questo discorso teologico. Uomo si dice adam Terra si dice adamah. Molto simili. Il femminile di uomo in ebraico è terra. È intraducibile nelle nostre lingue. Ma per chi pensa in ebraico è normale che l’uomo sia fatto di terra, lo dice il nome stesso. Adam indica l’umanità in genere, non è il nome maschile.  Il testo non dice che Dio creò Adamo; Dio creò l’uomo. Non traducendo, noi abbiamo fatto diventare Adamo un individuo, ma Adamo è l’uomo. Ognuno di noi è Adamo.

alito di vita 

Il termine che l’autore utilizza per indicare il soffio che Dio dà è un termine difficile da tradurre, ed è un termine anche abbastanza raro: nešamah. Nel libro dei Proverbi la stessa parola viene così spiegata: «La nešamah è una fiaccola del Signore che
scruta tutti i recessi segreti del cuore» (Prov 20,27). Quindi non è tanto la vita, non è tanto il respiro, ma è soprattutto l’autocoscienza, la capacità di conoscersi, di giudicarsi, è la libertà creativa, è la capacità di introspezione e di intuizione, è la coscienza. Dio dà all’uomo la capacità di conoscersi e di conoscere, di riconoscere il Dio creatore; il mondo «non esiste» se non c’è l’uomo che lo conosce, che lo riconosce, e l’uomo riceve da Dio questa capacità di conoscersi.


Commento patristico

Procopio
Polvere della terra  Fummo formati con la parte più spregevole, volendo mostrarci che siamo niente. Questa polvere sarà trasformata dalla Sapienza del Creatore.
E soffio un alito di vita   Ciò che è comunicato da Dio, conduce alla somiglianza con Colui che lo comunica. Dio plasmando il corpo della terra e animandolo…con un’anima vivente e intelligente, infuse nell’uomo desiderio e conoscenza naturali del bene. Ma poiché egli doveva non solo possedere tali cose, ma essere partecipe dello Spirito Santo e portare le impronte luminose della natura divina, gli alitò lo Spirito Santo che la trasforma nell’immagine divina. E poiché Dio Padre nel Cristo si compiacque di ricapitolare tutte le cose (Ef 1,10), cioè di ricondurle allo stato primitivo, il Cristo alitò sugli Apostoli, rinnovando l’antico dono: e la natura divenne santa. Come mediante i raggi del sole siamo uniti al sole pur essendone molto lontani,..così mediante ciò che infuse nell’uomo, Dio lo trasse a sé, facendo scendere sul volto di Adamo la propria purissima natura come un raggio.
Agostino
Anima vivente   Non… dobbiamo ritenere che si tratti già dell’uomo spirituale,.. ma di quello ancora animato. Così, quando egli – dopo il peccato – fu allontanato dal paradiso, rimase nella condizione di animato, perciò tutti noi siamo nella condizione di “uomo animato”, finché non conseguiamo lo stato dell’Adamo spirituale, il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Commento personale

Dio sceglie tra i figli dell’uomo segnati dalla condizione miserevole del peccato -polvere del suolo – Adamo e lo unge, lo elegge per farlo diventare il ricapitolatore delle generazioni precedenti, infondendo in lui lo Spirito Santo. Egli aveva la missione di salvare le generazioni precedenti e continuare la manifestazione del Verbo, attraverso la generazione spirituale dei figli di Dio.

Commento decriptato

ma un vapore sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo
Quel vapore altri non era che la Nube  , quella che in forma di colonna accompagnò gli Israeliti all'uscita dall'Egitto (Esodo 14,20).Si sta formando l'uomo  , ed ecco che per la prima parte di questa parola viene l'aiuto da parte di Dio con quel   a cui aggiunge il suo soffio per dare la vita  .


allora il Signore Dio plasmò l’uomo dalla polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito נ ש מ ת di vita e l’uomo divenne un essere נ פ ש vivente

La neshamah/nishmat, è una realtà che nelle 24 volte in cui è evocata nell’A. T. è attribuita soltanto a Dio e all’uomo e mai agli animali e copre una serie di funzioni alte, che sono spesso in connessione con Dio. E’ attraverso di essa che l’uomo compie “atti spirituali” e riceve uno statuto particolare nell’ordine della creazione. La nishmat-hajîìm (hajjîm in ebraico è “vita”) lo porta all’esistenza ma soprattutto lo rende “intelligente” (Gb 32, 8).
Adamo alla vista è un altro animale come quelli che aveva creato come esseri viventi secondo la loro specie”. Dio, perciò, creò una ulteriore specie, ma non solo ciò. Adam א ד ם dal radicale א ד ם “essere rosso”, da cui deriva “sangue” ד ם , è il “rosso” e nel dire polvere del suolo è evidente la volontà di parlare della parte femminile di Adamo, la “rossa”, l’adamah א ד מ ה che in ebraico indica la terra rossa lavorata.
Il testo Genesi ha detto: ”Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l'acqua dei canali per irrigare tutto il suolo …”(Gen 2,4-6), perciò di humus non ve ne era, v’era solo terra arida. In quei versetti è, infatti, messo in parallelo il suolo rosso, “l’adamah א ד מ ה “ e il suolo non lavorato, cioè il campo, la campagna, che si dice ש ד ה in cui vi sono le lettere di “demonio ש ד ”, perciò Dio prese polvere del suolo, terra buona in cui non aveva ancora lavorato il demonio. ”Come se ad un certo momento Dio formò un particolare animale e gli soffiò il suo spirito (Colomba) e l’uomo א ד ם non fu solo una creatura animale, ma un essere a Lui, l’Unico א, simile per il soffio del suo Nome. La materia base da cui Dio lo forma י צ ר è la polvere della terra e Dio è perciò come un vasaio י צ ר che con la polvere della terra fa il corpo dell’uomo.

Decriptiamo respiro neshamah/nishmat

"invia   luce  agli uomini  "
"energia  per risorgere  dai morti  "
"energia  che dal Nome  esce  "
"energia   che risorgerà   i viventi   alla fine  "
"con l’energia  il Nome li segnò  "
"con l’energia  che accende la vita li segnò 

Decriptiamo polvere afar

“si vede col soffio un corpo” la ‘ain è vedere , la P è una bocca che soffia e R appunto è un corpo, indi la polvere è il corpo che si vede sollevarsi dal soffio.


Decriptiamo terra adamah

ADMH  è la terra rossa da adam il rosso e che l’uomo apre cioè è la terra lavorata, arata per ricevere il seme, la campagna buona da distinguere da Shad la steppa incolta.
Con adamah si arresta questa vita verso l’alto,infatti alef in origine dom il sangue,
si blocca quella vita in ascesa noi dovevamo essere quel germoglio, quel fiore, quel frutto dell’albero della vita che a causa del peccato ha preso un’altra strada giungendo ai viventi in cui scorre il sangue.Cristo si è fatto carne e sangue per riportare l’uomo a quella terra vergine eretz da cui sarebbe germogliato il fiore purissimo, l’uomo primordiale così come Dio l’ha pensato.





venerdì 9 gennaio 2015

I sette giorni della creazione ci rivelano la realtà teandrica dell’Uomo

Leggendo con calma e attenzione il testo di Gn 1, ci accorgiamo che l’effetto prodotto è quello di una  solenne celebrazione di tipo litanico. Infatti si ripetono spesso, molto spesso, le stesse cose con le stesse formule: questo procedimento ha attirato l’attenzione di molti studiosi, i quali hanno rilevato con  minuziosa attenzione una grande quantità di particolari letterari presenti nel testo. Si è potuto così  concludere che il nostro brano è stato curato letterariamente molto bene, fino al parossismo. Si è notato, ad esempio, che l’autore conta le parole. Questo fenomeno è verificabile solo nel testo  originario ebraico; nelle nostre traduzioni scompare, ma resta comunque indizio di un particolare gusto  letterario. Il numero che domina tutto lo schema è il 7 e anche le parole importanti ricorrono con questa  frequenza: il v.1 ha 7 vocaboli; il v.2 ne ha 14 (7+7); la formula «Dio vide che era cosa buona» ricorre 7  volte; «E così avvenne» torna 7 volte; «Dio fece» torna 7 volte; il nome di Dio ricorre 35 volte (7x5); termini importanti come «cielo», «firmamento» e «terra» tornano 21 volte ciascuno (7x3); l’ultima  parte, quella che parla del settimo giorno, comprende tre affermazioni di 7 parole ciascuna (7+7+7). Sono  solo alcuni degli innumerevoli esempi che potremmo fare.
Anche l’insieme del capitolo è costruito con un’armonica architettura, secondo uno schema rigidamente simmetrico: tutte le opere di Dio sono raggruppate in sei giorni. I primi tre giorni presentano le opere di fondazione, gli altri tre le corrispondenti opere di ornamentazione. Si può così parlare di un quadro in due parti, una specie di dittico in cui le tavole si corrispondono perfettamente, precedute da un  proemio e seguite da una conclusione.
L’autore del Genesi intende consegnare la notizia delle notizie che l'uomo è innestato in una storia in cui Dio gli si rivela in un cammino in cui lo fa crescere per renderlo atto all'incontro faccia a faccia che culminerà con il settimo giorno in cui Dio si riposa  nella sua opera, trova il compimento dei cieli e la terra nell’uomo creato a sua immagine e somiglianza.

Scorrendo nel testo di Gn 1 possiamo notare come l’uomo esiste da sempre nel progetto di Dio nella sua sostanza divina, fin dal primo giorno con l’esistenza della luce.  Nella luce noi vediamo la luce dice il salmo 35(36), in quella Luce primordiale possiamo scorgere il Verbo di Dio, ma in Lui possiamo vedere il progetto dell’uomo-Dio.  Nel termine ebraico ‘or come visto in precedenza nella decriptazione, notiamo la prima lettera ebraica alef che esprime l’origine di tutto nell’Unigenito Verbo di Dio portato in quel suo Corpo pensato da Dio da sempre, che è appunto l’Uomo primordiale.
In quell’unico giorno viene rivelato il progetto dell’Uomo, concepito nel suo spirito teandrico, cioè nella sua unità indissolubile con Dio e i suoi collaboratori stretti, gli angeli. L’emergere di questa luce nell’oscurità della non-conoscenza, crea l’immagine luminosa dell’universo-Uomo che viene ottenebrato dall’angelo più luminoso che non vuole essere parte integrante di questa rivelazione. Ecco la prima separazione luce/tenebre che costituirà il primo chiaroscuro della realtà umana.

Nel secondo giorno è posto il firmamento, un confine spirituale e così l'uomo ha la libertà di scegliere , perché la libertà può anche essere usata per scelte negative. E’ regalata la possibilità all'uomo di percepire quel che viene da Dio - sopra – da ciò che viene da lui - sotto – ed è frutto della verità del 1° giorno ha l’effetto di rendere libero l’uomo di camminare nella luce o nelle tenebre. Lo spirito dell’uomo si manifesta nella sua libertà, e qui possiamo scorgere la formazione della sua psyche o anima che attraverso l’intelligenza e la volontà acquisisce la sua direzione verso il bene della vita divina nelle acque di sopra o verso se stesso nella acque di sotto.
Nel termine raqya decriptato si nota un corpo che si riversa con forza nella direzione sensitiva, un corpo che attraverso gli organi sensoriali potrà percepire solo se stesso se i sensi come delle porte saranno chiuse al mondo dello spirito. Se invece, accoglierà la sua parte spirituale in comunione con lo Spirito di Dio che si riversa come acqua viva su di Lui, allora potrà essere accedere alla dimensione celeste: Dio chiamò il firmamento cielo.

In questo terzo giorno ci ricorda il tempo della primizia del popolo d’Israele che esce dal Mar Rosso in cammino verso la terra promessa che si nutre solo di quanto gli dà Dio, acqua, manna, quaglie. L’uomo prende coscienza della giusta direzione (da sotto verso sopra) ed esercita la sua libertà nella volontà di dirigersi verso l’alto e di emergere dalle acque nel giusto posto che gli è assegnato da Dio. Il seme posto nel terreno, ha l’'effetto di risvegliare la forza vitale altrimenti sonnecchiante nel terreno stesso; questa forza vitale si raccoglie e si concentra poi sempre più intorno al seme, e fa in modo che esso germogli e diventi pianta rigogliosa e ricca di frutti.
E' stata creata la direzione verticale uomo – Dio, la sua anima vegetativa, pronta ad accogliere la luce divina per poter crescere verso la sua statura spirituale. Si intravede il corpo eretto dell’uomo, nella posizione dell’albero che in ebraico etz da cui deriva la parola ossa etzem che decriptato otteniamo albero etz della vita mem L’anima vegetativa dell’uomo riceve la forza vitale da Dio per poter rimanere fermo nella sua posizione terrena e riconoscersi creatura che produce frutti spirituali solo se innestata alla vera vite.


I primi tre giorni è costituito l’Uomo nel suo fondamento, spirito, anima e corpo, e nella sue relazione verticale con Dio, con il 4-5-6 giorno viene a completare Dio la sua opera con la dimensione orizzontale, inserito nella sua famiglia celeste e umana.

Nel quarto giorno il firmamento è disposto per la rivelazione dell'uomo nella sua crescita spirituale con Dio, attraverso  i grandi luminari e le stelle, intermediari con cui l’uomo può rapportarsi con lo Spirito di Dio che così può invadere lo spirito dell'uomo: metterò dentro di voi il mio Spirito (Ez. 36,27).

Lo Spirito di Dio che per l'eternità viene posto in un simile firmamento, è rappresentata dalla Luce maggiore. L'anima dell'uomo invece, la cui luce in virtù di questa Luce maggiore viene portata ad un grado pressoché uguale di intensità, costituisce la seconda luce, vale a dire la minore, la quale dunque, al pari della Luce maggiore increata, viene posta ormai nello stesso firmamento e, per l'influsso della stessa luce increata, viene a sua volta resa partecipe della qualità e virtù della Luce increata, senza alcun danno però alla sua costituzione naturale, bensì con infinito vantaggio per quanto riguarda la sua definitiva purificazione spirituale. Le stelle rappresentano gli angeli che collaborando con il progetto di Dio si mettono al servizio della crescita dell’uomo. Questi intermediari sono portatori della luce, per far crescere l’Uomo nella sue essere Luce da Luce. Qui vediamo in figura il corpo spirituale dell’uomo nella sua realtà di manifestazione della luce divina.

Nel quinto giorno, l’uomo si trova sempre nella condizione di espandere il suo essere nel mondo all’interno della sua famiglia terrestre, comunicando con la realtà celeste, respirando lo Spirito di Dio rappresentato dai volatili, e sviluppando la sua capacità di relazione con l’apparato sessuale mediante la generazione di esseri dotati di libertà  con la possibilità di muoversi in questi due stadi divino e umano. Il corpo nella sua capacità di manifestarsi nella relazione comunitaria con Dio e i propri simili mediante la generazione e la sua libertà.

Nel sesto giorno l’uomo raggiunge la sua condizione materiale mediante i sensi e spirituale mediante lo Spirito di Dio infuso nella sua anima sensitiva e razionale. L’uomo può esercitare in modo pieno la sua libertà facendosi guidare dallo Spirito aprendo la sua sensibilità alla realtà divina dello Spirito, oppure facendosi guidare solo dal propria egoismo, nel circolo vizioso dei propri sensi.
QQjjj,.,Dal sesto al settimo giorno. E' il tempo del transito dall'immagine, apertura potenziale all’ "unificazione di tutto l’essere creato in Dio, in Cristo, alla piena somiglianza, alla pneumatizzazione dell'uomo. Anche nel sesto giorno, nella condizione innocente ed originaria l'uomo era nondimeno bisognoso di salvezza, di integrazione piena e di assimilazione al Cristo attraverso la sinergia tra l'offerta della propria natura creata nel distacco e nell'amore ed il libero donarsi di Dio nel Soffio vivificante dello Spirito. Nel settimo giorno si annuncia il completamento dell’opera di Dio, la Luce del Sabato viene a introdurre l’uomo nel riposo di Dio che allude alla piena comunione nelle nozze eterne con Dio.


domenica 14 dicembre 2014

Gn 2,1-3

1Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. 2Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. 3Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando.

Così furono compiuti i cieli e la terra

La conclusione della settimana della creazione è stata sistemata all’inizio di un nuovo
capitolo, giusto prima del punto in cui inizia la storia della formazione dell'uomo, dove viene esplicitamente affermato che questa formazione ha preceduto quella di tutti gli altri organismi, nonché della terra e dell'atmosfera come le conosciamo oggi.  
I primi versetti del secondo capitolo anticipano la conclusione di tutta la storia che sta per cominciare e che non si è ancora conclusa, se non per la rivelazione concessa a chi ama Dio e crede alla sua parola. L'opera di Dio si è infatti conclusa in sei giorni, ma non è scritto da nessuna parte che noi uomini siamo già arrivati alla conclusione di quest'opera.  D'altra parte, nemmeno sta scritto da qualche parte che il sesto giorno sia già concluso e che noi siamo entrati nel settimo giorno, di cui parla questo versetto, il giorno cioè in cui i cieli e la terra sono stati compiuti, il Midrash, collega questa parola a chilaion, attendere con ansia, ed a clìstrumento o utensile. Il cielo e la terra e Dio stesso attendevano con ansia l'arrivo dello Shabbat che avrebbe permeato il mondo di santità (Tzror HaMor).

e tutte le loro schiere

Il termine «schiere» traduce la parola ebraica seba’ot da una radice che significa “ammassare”, “raggruppare”. La potete riconoscere perché è stata conservata anche in greco e in latino nel canto liturgico del Sanctus: «Dominus Deus Sabaoth». Si deve dunque tradurre «il Signore Dio delle schiere». Ma che cosa vuol dire? L’autore sacerdotale allude a una antica formula e la rilegge in modo nuovo: egli infatti parla delle schiere del cielo e della terra. Le schiere del cielo sono le stelle e gli astri; le schiere della terra, invece, devono essere tutte le creature che abitano il pianeta.
In un’epoca molto arcaica, invece, Dio era chiamato «Signore degli eserciti» in un senso militare e bellicoso: indicava il Dio che fa vincere il nostro esercito, il Dio che protegge le nostre schiere. Adesso la tradizione liturgica dice Il Signore Dio dell’universo, quindi non più gli eserciti per la guerra, ma il cielo e la terra sono «le schiere del Signore». Inoltre, il nome proprio di Dio, Yahweh (hwhy), è una forma del verbo «essere» (HYH – hy"h'), molto vicina a quella che noi traduciamo con: «Sia...» (yhiy>). Il Signore delle schiere è il Dio che «fa esistere» l’universo. L’insieme diventa una splendida lode al Signore del cosmo.
L’autore sacerdotale pensa tutto l’universo in chiave liturgica: il cosmo, infatti, viene
descritto come un grande tempio. Il cielo è stato presentato come una grande lastra solida che separa le acque dalle acque: viene indicato con il termine «firmamento» (raqia’). Si tratta di una parola molto rara, utilizzata solo dal nostro autore in questo canto e dal profeta Ezechiele nella sua visione della Gloria di Dio (Ez 1,22–23.25–26;
10,1). Ezechiele è un sacerdote contemporaneo dell’autore del primo capitolo della Genesi: per questo profeta il «firmamento» è la grande lastra di cristallo su cui poggia il trono di Dio e rievoca la più antica visione che il profeta Isaia aveva avuto nel tempio stesso (Is 6,1). Per chi è abituato al linguaggio liturgico e profetico l’allusione del nostro autore è chiara: il cielo è la base del trono di Dio, mentre il cosmo è il tempio della sua Gloria.
Quindi il nostro testo intende dire, con fine allusione, che la luna e le stelle, gli alberi e i fiori, gli uccelli e i pesci, gli animali e l’uomo sono una splendida serie di «cori», grandi corali che celebrano la liturgia cosmica.
Tutto infatti tende al sabato: il momento della grande e abituale liturgia. In sintesi il messaggio dell’autore sacerdotale è dunque questo: Dio ha organizzato un grande tempio per la celebrazione della festa. Di questo tempio cosmico l’uomo è il sacerdote; l’uomo è il celebrante del Creatore, è colui che rende presente il Dio Creatore, e si rende conto della grande bellezza di tutto ciò che è stato creato. Ogni
uomo è come il re: rappresentante di Dio; ogni uomo è sacerdote che rende culto a Dio, riconoscendo e celebrando la presenza di Colui che organizza l’insieme: il direttore del coro.
Quest’ultimo giorno è luogo dell'incontro fra Dio e l'universo. Anzi solo questo "tempo" partecipa realmente della santità stessa di Dio. Il settimo giorno rappresenta la settimana liturgica. La settimana delle origini, è coronata dal Sabato. Il Sabato sarà istituito sul Sinai (20,8-11), anche se già osservato nel deserto (Es 16,22-30). Costituisce anche il giorno di coronamento della costruzione del santuario nel deserto (Es 31,12-17). Si crea così un parallelismo tra costruzione del mondo-costruzione del santuario. Lo Spirito di Dio è attivo nella creazione come nella costruzione del santuario (Es 31,3), ambedue si concludono con un Sabato, e il Santuario è eretto nel primo giorno del primo mese, corrispondente al Nuovo Giorno dell'Anno della creazione (un caso analogo è osservabile in Gen 8,1). Vi è dunque una connessione simbolica tra cosmo e tempio, creazione e liturgia, fatto non peculiare di Israele. In Enuma elish la creazione del mondo è conclusa con la costruzione del tempio per la preghiera della divinità creatrice (cfr. Gb 38,4-7)
Lo Shabbat è un giorno permeato di significati. La Torà afferma che Dio lo santificò poiché in esso Egli si astenne da tutte le sue opere (v.3), implicando che l'essenza del giorno è la commemorazione della cessazione dall'operare; ma nella frase immediatamente seguente la Torà dice "per fare", a significare che il completa-mento fu simultaneo con il riposo. Non c'è contraddizione. Dio cessò dalla Creazione fisica, ma creò l'universo spirituale che viene in essere ogni Shabbat. Il mondo dello Shabbat è di gran lunga superiore a quello dei sei giorni a cui succede, ma essi non sono separati l'uno dall'altro. Il ponte tra il mondano ed il sacro, tra i giorni della settimana e lo Shabbat, è l'Uomo. Adamo ed Eva furono creati per ultimi, appena prima dello Shabbat, perché solo l'Uomo possiede l'intelligenza e la saggezza per portare la santità dello Shabbat nelle attività della settimana lavorativa. Di tutte le creature dell'universo, soltanto lui può creare la santità. Gli angeli sono santi, ma sono statici. Non possono migliorare se stessi o il mondo. Solo l'Uomo può fare entrambe le cose. Lo Shabbat è il sigillo di Dio e l'Uomo è colui che lo deve imprimere sull'universo di Dio; ed in effetti, le attività dell'Uomo trasformano l'universo da un apparente amalgama di materia senza scopo nello specchio della volontà di Dio.

Benedisse ... e lo consacrò
Dio benedì lo Shabbat con abbondante bontà, poiché in esso c'è un rinnovo della forza fisica procreativa ed una superiore possibilità di ragionamento ed esercizio dell'intelletto. Lo santificò in quanto nessuna opera fu fatta in esso (Ibn Ezra). Dio avrebbe benedetto lo Shabbat, in futuro, con una doppia razione di manna il venerdì in suo onore; e lo avrebbe santificato non fornendo la manna lo Shabbat stesso (Midrash). Il significato letterale del verso è che lo Shabbat è santificato al di sopra del normale corso della attività fisica in questo mondo. Normalmente la gente deve lavorare per guadagnarsi da vivere, ma di Shabbat il lavoro è proibito, ed anche così lo Shabbat è un giorno che è benedetto con più cibo e più gioia del resto della settimana (Or HaChaim). Notate che, a differenza degli altri sei giorni, non si dice: «E fu sera e fu mattina. settimo giorno». Il nostro autore è talmente preciso che dobbiamo porre attenzione a ogni sua variazione. Sembra dunque che il sabato non finisca; il primo giorno è finito; il secondo anche, il sesto pure... e il settimo? Non viene detto che finisca! Con questo particolare letterario l’autore vuole presentare una prospettiva futura, come dire: «Oggi è il sesto giorno, domani sarà il settimo». Il sesto giorno, il giorno della creazione dell’uomo è questo oggi: si intende facilmente che si tratta della storia dell’umanità, tutta la storia che tende al momento del compimento e della perfezione, il grande sabato finale. Nel mondo orientale biblico il «6» è il numero dell’imperfezione, mentre il «7» è quello del compimento.
Adesso l’umanità sta vivendo il sesto giorno e tutta la storia dell’uomo è il sesto giorno della creazione. Una bella interpretazione di quel plurale «Facciamo l’uomo», vuole vedere in questo esortativo un invito che Dio rivolge all’uomo stesso. Dio dice all’uomo: «Facciamo l’uomo! Dammi una mano a creare l’umanità». L’uomo non è una realtà statica, fatta e finita; è una realtà dinamica. L’uomo deve diventare. L’uomo tende al sabato finale, tende alla pace. Siamo tutti in attesa di questo compimento escatologico quando l’azione di Dio sarà completa e perfetta. La preghiera con cui chiediamo a Dio il dono del «riposo eterno», non è altro che l’augurio del grande sabato, quando la creazione entrerà nella completezza.
Oggi, dunque, stiamo vivendo ancora la creazione. La prima preghiera eucaristica, il
canone romano, termina con questa idea espressa in splendide parole: «Per Cristo nostro Signore tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene».

Commento spirituale

Il « riposo » di Dio non può essere banalmente interpretato come una sorta di inattività  di Dio. L’atto creatore che è a fondamento del mondo è infatti di sua natura permanente e Dio non cessa mai di operare, come Gesù stesso si preoccupa di ricordare proprio in riferimento al precetto del sabato: « Il Padre mio opera sempre e anch’io opero » (Gv 5, 17). Il riposo divino del settimo giorno non allude a un Dio inoperoso, ma sottolinea la pienezza della realizzazione compiuta e quasi esprime la sosta di Dio di fronte all’opera « molto buona » (Gn 1, 31) uscita dalle sue mani, per volgere ad essa uno sguardo colmo di gioioso compiacimento: uno sguardo « contemplativo », che non mira più a nuove realizzazioni, ma piuttosto a godere la bellezza di quanto è stato compiuto; uno sguardo portato su tutte le cose, ma in modo particolare sull’uomo, vertice della creazione. È uno sguardo in cui si può in qualche modo già intuire la dinamica « sponsale » del rapporto che Dio vuole stabilire con la creatura fatta a sua immagine, chiamandola ad impegnarsi in un patto di amore.
Il Dio che riposa il settimo giorno rallegrandosi per la sua creazione, è lo stesso che mostra la sua gloria liberando i suoi figli dall’oppressione del faraone. Nell’uno e nell’altro caso si potrebbe dire, secondo un’immagine cara ai profeti, che egli si manifesta come lo sposo di fronte alla sposa.
Se dunque egli « santifica » il settimo giorno con una speciale benedizione e ne fa il « suo giorno » per eccellenza, ciò va inteso proprio nella dinamica profonda del dialogo di alleanza, anzi del dialogo « sponsale ». È un dialogo di amore che non conosce interruzioni, e che tuttavia non è monocorde: si svolge infatti adoperando i diversi registri dell’amore, dalle manifestazioni ordinarie e indirette a quelle più intense che le parole della Scrittura e poi le testimonianze di tanti mistici non temono di descrivere con immagini tratte dall’esperienza dell’amore nuziale.
Il « giorno del Signore » è, per eccellenza, il giorno di questo rapporto, in cui l’uomo eleva a Dio il suo canto, facendosi voce dell’intera creazione. Proprio per questo è anche il giorno del riposo: l’interruzione del ritmo spesso opprimente delle occupazioni esprime, con il linguaggio plastico della « novità » e del « distacco », il riconoscimento della dipendenza propria e del cosmo da Dio. Tutto è di Dio! Esso sta a ricordare che a Dio appartengono il cosmo e la storia, e l’uomo non può dedicarsi alla sua opera di collaboratore del Creatore nel mondo, senza prendere costantemente coscienza di questa verità.
Commento decriptato

Dio lo benedisse

benedire barak  poichè in questo giorno dentro il corpo del giusto, viene Bar il Figlio het della rettitudine, oppure benedetto baruch il figlio è portato nella rettitudine. All’uomo del 6° giorno Dio prepara nel 7° un salto di natura. Per portare a compimento Gen 2,2 usa IKL rendere perfetto e si può leggere: "Così rese perfetti il cielo e la terra e tutte le loro schiere". Dio, così, nel 7° giorno sposò Adamo-l’umanità, e non si sposa qualcuno se questi non è libero di dire si o no. Dio non completò la creazione, ma in questo 7° giorno la prosegue con la storia di salvezza per portare a perfezione i figli, in quanto la riuscita della creazione, la perfezione, non è miracolo imposto, ma ci sarà se accettata dall’uomo. Gesù in croce annuncia che il passaggio al riposo e fu deposto nel sepolcro! Quando Gesù fu deposto dalla croce, il venerdì sera, il Vangelo osserva: e già splendevano le luci del sabato.(Lc 23,54b) Israele accoglie lo shabbat come sposa, la regina dello Shabbat; il venerdì sera inizio del sabato è intonato, infatti, il canto Lekhah dodì : Vieni amato mio incontro alla sposa, accogliamo il volto dello shabbat. Tra il tempo e l’uomo c’è un’alleanza, un matrimonio e l’altra parte, che vuol essere un tutt’uno con l’uomo è appunto lo shabbat, ma in effetti, chi vuol essere tutt’uno con l’uomo è Dio, padre, madre e sposo. Per la tradizione, ebraica, ogni giorno della settimana è “sposato” con un altro: la domenica col lunedì, martedì col mercoledì, giovedì col venerdì…shabbat, invece, è solo ed un midrash afferma che lo shabbat è sposato con Israele. Cristo col compiere lo shabat: “Risuscitò ש da dentro ב la croce ת.“ ha portato la forza per rendere completa la creazione con l’annuncio che per l’uomo c’è ancora il dono della risurrezione e il solo annuncio è in grado di far sì che “illumini ש dentro ב completamente ת“, cioè faccia tendere ad essere perfetti, e per tutti la perfezione ci sarà con “la risurrezione ש dentro ב alla fine .ת  Gesù nel 7° giorno ha lavorato e s’è riposato in terra nel sepolcro e nei sabati interveniva a favore dell'uomo perché “il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato" e " il figlio dell'uomo è signore del sabato ” (Mar. 2,28 Lc 6,5), infine ha dato all’uomo la certezza della risurrezione, compiendo a fondo il comando dello shabat ש ב ת , in quanto la risurrezione ש dentro ב ha indicato . ת Dio nello scorcio di questo 7° giorno, in attesa dell'8° attende che l'uomo prenda atto dell'amore di Dio e cessi da lavori non utili alla conversione e sia attivo per l’evangelizzazione col discernimento regalato dallo Spirito Santo.
Del resto la parola sette sheb'ah con i segni dice che “la Luce  dentro agirà  nel mondo " e annuncia il Sabato shabat vale a dire "la Luce dentro completerà ", cioè porterà a termine e questa Luce è quella di Cristo.

settimo giorno in ebraico hashevi(ain)i Dio si riprende la sua creatura per il riposo, ha nel mondo shev ritorna Jahvè ad agire nell’esistenza oppure nel mondo il Risorto (l’uomo-Dio) abita e sarà ad agire in Lui.